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Un santo di ieri
per oggi
Giovanni Grosso, O.Carm.
1. Dati biografici
Alberto fu uno dei due
santi antichi dell’ordine carmelitano: per la santità e
l’esemplarità della vita veniva chiamato insieme a s. Angelo pater
ordinis. Non sono molte le notizie della sua vita, ma restano almeno
alcune tracce sicure della sua vicenda. La biografia più antica fu
scritta probabilmente poco dopo il 1385. Questa fu alla base di un
secondo testo manoscritto di un anonimo carmelitano ancora
conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. In seguito altri si
disposero a scrivere di s. Alberto; conosciamo le biografie di
Vincenzo Barbaro, Teodoricus de Aquis, dal quale ultimo dipendono le
biografie di Giovanni M. de Poluciis de Novellara e la Legenda
aurea, opere tutte del XV secolo. Nello stesso periodo alcune
notizie furono raccolte anche negli elenchi di santi, che vanno
sotto il nome di Catalogus sanctorum.
La tradizione confermata da alcuni documenti dice che Alberto nacque
verso la metà del XIII secolo a Trapani da Benedetto degli Abbati e
da Giovanna Polizi, dopo ventisei anni di matrimonio sterile; questa
nota ci richiama grandi esempi biblici: Samuele (1Sam 1,1-2,11) e
Giovanni Battista (1,5-25; 57-80). La madre lo promise al Signore
avviandolo verso la consacrazione e ne sostenne l’impegno di fronte
al progetto di matrimonio del padre, che lo avrebbe più volentieri
visto sposo ed erede della fortuna familiare. Alberto entrò tra i
carmelitani, già presenti nella città natale e beneficati dalla
stessa famiglia. Divenuto presbitero fu inviato a Messina. Tuttavia
diversi documenti lo danno presente a Trapani l’8 agosto 1280,
quando fu testimone del testamento di Ribaldo Abbati, il 4 aprile
1289 risulta testimone del testamento di Perna, seconda moglie del
fu notaio Ribaldo, mentre l’8 ottobre dello stesso anno sottoscrisse
come testimone il contratto di enfiteusi di alcune terre in favore
di Palmerio Abbati, miles. Alberto viene ricordato come uomo di
preghiera, predicatore celebre e ricercato in tutta la Sicilia. Un
documento del 10 maggio 1296, una donazione di Palmerio Abbati a
favore di donna Perna, lo ricorda provinciale di Sicilia.
Non si ha memoria della partecipazione di Alberto ai vari momenti
cruciali vissuti dall’Ordine in quel periodo, o di come egli abbia
contribuito al consolidamento e allo sviluppo dell’ordine, ma
certamente la sua opera di predicatore e di uomo di carità, di frate
che forte dell’esperienza di Dio è capace di riconoscere i bisogni e
le necessità degli uomini contribuì molto a far crescere
l’apprezzamento dell’ordine in Sicilia. Forse non fu solo per
l’antichità che gli venne poi attribuito il titolo di pater ordinis.
Alberto morì a Messina il 7 agosto 1307. L’anno non è del tutto
sicuro, ma verosimile. La tradizione ricorda l’episodio della
disputa sorta tra i chierici e il popolo al momento di celebrare le
esequie: l’affetto e la devozione popolari avrebbero voluto
celebrare Alberto come santo, mentre i chierici preferivano una
normale messa funebre. La leggenda racconta che, nel bel mezzo della
disputa, apparvero degli angeli che intonarono l’Os justi,
l’antifona d’introito della messa dei confessori, quasi a dar
ragione al sentimento popolare e a confermare la fama di santità di
Alberto.
La traslazione delle reliquie sarebbe avvenuta nel 1309 o, com’è più
probabile, nel 1317. Il cranio fu portato da Messina a Trapani dal
provinciale Cataldo di Anselmo, di Erice. Reliquie di s. Alberto
furono sparse un po’ ovunque. Un po’ in tutta la Sicilia si
ricordano memorie del passaggio e dei segni miracolosi compiuti da
Alberto: ad Agrigento esiste il pozzo le cui acque furono rese dolci
dal Santo; a Corleone si conservava il recipiente dell’assenzio; a
Petralia Soprana una pietra dove avrebbe riposato; a Piazza Armerina
sarebbe stata eretta la prima cappella in suo onore.
Sono molti i miracoli attribuiti al santo da vivo e dopo la morte.
Mentre era a Messina riuscì a eludere l’embargo posto alla città di
Messina nel 1301 da Roberto di Calabria, poi re di Napoli: per
intervento di Alberto una o più navi – le fonti ne ricordano da una
a dodici – riuscirono a rompere l’assedio e a portare vettovaglie ai
messinesi affamati.
Una caratteristica del ministero di Alberto furono le guarigioni:
donò la vista ad un ragazzo accecato, il quale si fece poi
carmelitano; diverse donne furono curate da ascessi alle mammelle,
altre furono guarite da febbri. Un giudeo epilettico si convertì
dopo l’intervento del santo. Accanto alle guarigioni fisiche le
leggende ricordano quelle spirituali e in particolare l’attività di
esorcista.
2. S. Alberto e la Parola
di Dio ascoltata
La leggenda narra che
Alberto, oltre alla liturgia delle ore, recitasse ogni giorno
l’intero salterio. Non è possibile dire fino a che punto questa
notizia possa essere vera, eppure questa nota è uno spiraglio che ci
permette d’intravedere qualcosa della personalità spirituale del
santo e del modo di pregare del suo tempo.
L’uso di recitare l’intero salterio non è una stravaganza qualsiasi,
ma un’abitudine attestata tra gli eremiti medievali: anche i primi
eremiti del Carmelo usavano questo tipo di preghiera, che voleva
rispondere al comando del Signore di pregare incessantemente, senza
stancarsi. L’eremita nella solitudine della cella scandiva il tempo
e accompagnava il lavoro manuale con la recita dei salmi che
conosceva a memoria. I salmi, nati come preghiera del pio israelita,
erano stati usati anche da Gesù per pregare, perciò, grazie ad
un’opportuna interpretazione cristologica, erano divenuti l’ossatura
della preghiera comunitaria cristiana. Temi, simboli e immagini del
salterio richiamavano alla mente la sostanza del vangelo, per cui
monaci, canonici ed eremiti sentivano di pregare “per Cristo, con
Cristo, in Cristo”, nella Chiesa e con essa.
La recita del salterio rimanda dunque all’amore per la Parola di Dio
raccomandato largamente e in vario modo dalla Regola carmelitana.
Tutta la Regola infatti è tessuta di riferimenti diretti e indiretti
alla Scrittura, quasi frutto di una lectio divina; ricordiamo alcuni
riferimenti espliciti alla Parola: la lettura durante i pasti
(Regola 7), la lectio divina (Regola 10), la preghiera liturgica
(Regola 11), la celebrazione eucaristica quotidiana (Regola 14), “…
la spada dello Spirito … tutto si compia nella Parola del Signore”
(Regola 19).
Non è strano: per tutto il primo millennio cristiano la Parola di
Dio ha costituito il cuore della preghiera delle comunità e dei
singoli. Veniva letta, o piuttosto ascoltata, mandata a memoria e
“ruminata” in una continua meditazione, che sfociava nella
preghiera. Il primo passo, la lettura, consentiva di comprendere il
senso letterale del testo, cosa voleva dire, qual è il suo oggetto.
La meditazione non era un fatto puramente mentale o intellettuale,
ma piuttosto la ripetizione a mezza voce – che dunque coinvolgeva
più organi: bocca, udito, occhi per chi sapeva leggere… – delle
frasi della Scrittura. Con la meditazione si spiegava il testo con
altre pagine o parole della Scrittura stessa e ci si accostava al
senso allegorico (a cosa rinvia questa Parola, di cosa è simbolo?),
al senso anagogico (qual è la meta della mia, della nostra vita,
della storia?), al senso morale (cosa devo, dobbiamo fare?). A
questo punto la persona si sentiva portata dallo Spirito a pregare,
a rispondere a Dio che ha parlato con l’orazione. Il cammino
continuo e progressivo di conoscenza e meditazione della Scrittura
apriva il cuore e la mente alla contemplazione, cioè al
riconoscimento gioioso e grato dell’azione di Dio nella storia
personale e di tutti. Questo metodo era stato elaborato dai monaci e
costituiva il cuore della formazione, assai differente dal sistema
“scolastico” elaborato nelle università, più intellettuale, logico,
speculativo.
Tutto questo lavorio serviva a far penetrare la Parola nel cuore
della persona, che a poco a poco veniva trasformata e si
identificava in modo progressivo con Gesù. Nel caso di s. Alberto
l’identificazione è forte: egli compie alcuni gesti tipici dell’uomo
evangelico, del discepolo del Signore, testimone autentico della sua
risurrezione (cfr. Mc 16,9-20): guarisce malati, libera indemoniati,
sana acque… Questi gesti possono essere compiuti solo da chi ha
incontrato il Signore in maniera forte e decisiva, da chi ha
scoperto in Gesù di Nazareth il Messia, il Figlio di Dio (cfr. Mc
1,1; 3,11; 5,7; 15,39).
3. S. Alberto e la Parola
di Dio annunciata
S. Alberto è stato più
volte raffigurato con il libro aperto in mano, o, talvolta, con Gesù
Bambino in braccio. Non è un caso: ambedue sono attributi
iconografici che indicano il predicatore del Vangelo e s. Alberto lo
è stato. Tuttavia, perché si possa essere annunciatori autentici
occorre aver incontrato Gesù e questo è possibile primariamente
attraverso l’ascolto della Parola. Proprio la consuetudine con la S.
Scrittura, nella lectio divina coltivata con purezza di cuore e
disponibilità all’azione trasformante dello Spirito, ha reso s.
Alberto capace di annunciare il Vangelo. Anche di lui è possibile
dire quello che la gente pensava di Gesù: “Erano stupiti del suo
insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non
come gli scribi” (Mc 1,22; cfr. Mt 7,28-29; Lc 4,32).
Di s. Alberto si ricorda la straordinaria capacità di parlare alla
gente con convinzione e immediatezza. Non sappiamo se avesse
studiato in qualche università, o se – come forse è più probabile –
la sua formazione fosse stata piuttosto di tipo monastico. In
ambedue i casi va considerata la centralità della Parola di Dio, la
lettura sapiente, continua e appassionata della Sacra Pagina, come
veniva definita la Bibbia in quel tempo. Formato sulla pagina
biblica ed evangelica, Alberto ne aveva assimilato lo spirito ed era
capace di tradurlo, cioè di trasmetterlo in modo attraente ed
efficace, perché fosse luce e ispirazione per il presente.
Una delle caratteristiche delle nuove famiglie religiose, nate tra
la fine del XII secolo in poi, fu proprio la predicazione popolare:
non ci si rivolgeva ad assemblee liturgiche, in luoghi e momenti
considerati fino a quel momento ufficialmente deputati alla
predicazione; il ministero della predicazione fin allora appannaggio
dei vescovi o di loro delegati ufficiali, viene assunto anche da
semplici frati, se non addirittura da laici. Anche i carmelitani,
quasi sin dall’inizio e poi soprattutto dopo il Concilio di Lione II
(1274), si dedicarono a quest’attività considerandola una vera e
propria vocazione di servizio al popolo di Dio. Perciò i primi due
santi dell’ordine, s. Alberto e s. Angelo, furono anche predicatori
insigni, anzi di s. Angelo si narra che abbia trovato la morte
proprio a causa delle accuse rivolte a un dissoluto nel corso di una
predica.
Concludevamo la riflessione precedente dicendo che s. Alberto appare
come un vero discepolo del Signore, testimone autentico della sua
incarnazione, passione, morte e risurrezione. In effetti, spese gran
parte del tempo e molte energie come predicatore. Non solo, ma la
sua predicazione veniva confermata dai prodigi che compiva: non solo
annunciava il Vangelo, ma guariva i malati, ridava la vista ai
ciechi, cacciava i demoni (cfr. Mc 16,9-20). La parola annunciata si
materializzava in gesti di tenera attenzione verso chi aveva davvero
bisogno di cura e di vita nuova. Il suo arrivo in un luogo suonava
davvero per se stesso come buona notizia, come Vangelo. La sua vita,
semplice e coerente, parlava da sé, parlava di Cristo e del suo dono
di salvezza e di grazia. La trasparenza di vita gli permetteva di
tradurre in gesti concreti la Parola: anche questo esprimeva in
certo modo la sua devozione alla Vergine santa: come Maria sapeva
dar vita alla parola, era un “generatore di Dio” come avrebbe detto
il confratello Titus Brandsma alcuni secoli dopo.
D’altra parte proprio l’attenzione ai bisogni elementari, primari
delle persone, alle quali si rivolge è un forte indicatore della sua
capacità di parlare a chi più di altri ha bisogno dell’annuncio del
Vangelo. La predicazione di s. Alberto non si rivolge a un pubblico
distratto, attento più alle forme eleganti del parlare, che non ai
contenuti vitali del discorso. Piuttosto, il carmelitano va al sodo:
corre incontro a uomini e donne che hanno bisogno di una parola di
salvezza, di vita, di speranza e a loro, agli ultimi, si rivolge con
la forza dell’amore, della fede e della speranza. Perciò la sua
parola risulta efficace e forte, capace di produrre gli straordinari
effetti di guarigione interiore ed esteriore, per i quali è venerato
come taumaturgo.
4. S. Alberto uomo della
purità
Un altro attributo
iconografico di s. Alberto è il giglio bianco, simbolo di purezza.
Ciò vuol dire che la sua vita risplende come esempio di virtù e di
candore, riconosciuto e venerato dal popolo di Dio come dono e
richiamo per tutti. La castità di s. Alberto è divenuta luminosa
espressione di una scelta radicale, definitiva e totale di Dio.
Altri due elementi della leggenda di s. Alberto, in modo differente,
convergono sul medesimo valore della purità. Si racconta, infatti,
che la madre, Giovanna, grata al Signore che glielo aveva donato
dopo lunga attesa, desiderava per il figlio una vita di totale
consacrazione al Signore. Il padre, invece, avrebbe preferito
vederlo sposato, magari con la figlia di qualche nobile o ricco
mercante: un modo consueto per migliorare la condizione sociale ed
economica della famiglia, oltre che per garantire al figlio un
futuro agiato e ricco di prospettive. La leggenda prosegue, dicendo
che il giovanetto, messo di fronte alla scelta, preferì le
intenzioni spirituali della madre alle mire utilitaristiche del
padre, a sua volta persuaso dalla stessa moglie.
Se ciò non bastasse a manifestare la scelta radicale di Dio, la
leggenda racconta la tentazione alla quale fu sottoposto il novizio
Alberto. Una graziosissima fanciulla avrebbe cercato di conquistare
il favore del giovane, distogliendolo dalla decisione presa. Ma, si
sa, il diavolo fa le pentole e non i coperchi: l’inganno del
tentatore fu scoperto da Alberto, che ne riconobbe il vero volto,
non del tutto nascosto dall’avvenenza della giovane. Il novizio si
affrettò a scacciare il demonio affidandosi nuovamente alla
protezione divina. Alcuni dipinti raffigurano Alberto che calpesta,
in segno di vittoria, il demonio raffigurato con forme femminili ma
con i piedi caprini, inequivocabile indizio della sua vera natura.
Attenzione: l’immagine non va interpretata nel senso di disprezzo
della donna, della sua dignità e della sua bellezza, tutt’altro!
Basta pensare a quante donne si è rivolto s. Alberto per aiutarle,
consolarle, o guarirle nel corpo e nello spirito. Il racconto va
compreso in termini simbolici: anche le realtà più belle possono
tramutarsi in tentazione, se distolgono dalla realizzazione della
volontà di Dio e dalla propria chiamata. Non è stato fatto ma, in
modo analogo, si potrebbe raccontare la storia di una ragazza
chiamata al matrimonio, distolta dal demonio che la convince ad
entrare in convento… Anche in questo caso cedere alla tentazione
sarebbe ben tragico!
Tanta attenzione e insistenza su questo punto non sono casuali: si
tratta di modi figurati – e ciò vale sia per i dipinti, che per le
“immagini” della leggenda – per raccontare una caratteristica di s.
Alberto, vero carmelitano, seguace di Maria, la Virgo purissima. La
“purità” vissuta da Alberto non è semplicemente un fatto fisico, ma
primariamente spirituale; tanto meno si tratta di castità vissuta
come rinuncia all’amore umano e alla fecondità naturale. Piuttosto
serve a tradurre in termini esistenziali la scelta fondamentale,
radicale di Dio e del suo progetto di salvezza, che richiede piena
disponibilità e completa dedizione. Alberto si è lasciato afferrare
da Dio; si è messo a suo totale servizio; gli ha consegnato vita e
capacità; ha accolto la sua chiamata come dono e impegno di vita.
La purità di s. Alberto esprime la sua piena conformazione a Cristo,
l’adesione semplice e totale alla sua parola di vita, la trasparenza
con cui la sua persona manifestava, comunicava la scelta
fondamentale di Dio. Come Maria, s. Alberto ha saputo accogliere la
parola che gli veniva rivolta e ha saputo renderla viva, attuale
nella sua esperienza di vita. La sua persona è resa così trasparente
dallo Spirito Santo che parole e gesti servono a rendere esplicita
testimonianza dell’azione di salvezza che il Signore continua a
compiere attraverso l’impegno dei suoi discepoli.
5. S. Alberto uomo della
povertà
Che s. Alberto abbia
professato e vissuto la povertà non c’è dubbio. Ne è prova la scelta
di entrare nella comunità dei frati carmelitani, già inquadrati nel
grande gruppo dei Mendicanti, cioè di quei religiosi che non
facevano dipendere la propria sussistenza da rendite o guadagni
certi, ma privilegiavano la semplicità di vita, la “mendicità
incerta”, andando in giro a predicare e mangiando di quanto la gente
stessa offriva loro, secondo le possibilità e la generosità. Tutto
mettevano in comune, e condividevano ogni bene, considerandosi
fratelli, dunque membri della medesima famiglia, alla quale
provvedeva il Padre comune.
S. Alberto aveva fatto della povertà un’autentica scelta di vita: la
sua provenienza da una famiglia agiata e di una certa rilevanza
sociale non costituì un ostacolo. Avrebbe potuto fare una scelta
diversa, entrando nel clero cittadino, in qualche abbazia, o in una
canonica. Scelse invece di porsi accanto ai minores, agli ultimi del
suo tempo, condividendone stili e condizioni di vita. Ciò non vuol
dire che non abbia saputo far tesoro dell’esperienza e delle
conoscenze familiari: niente di più facile che se ne sia servito in
qualche occasione. Ad esempio è possibile che nell’episodio
dell’embargo di Messina s. Alberto abbia avuto dalla sua qualche
appoggio influente, che lo ha favorito, aiutandolo a far giungere le
vettovaglie per la città. D’altra parte anche in quell’occasione è
chiaro che la motivazione che spinse il santo all’azione fu la fame
della gente e il senso di responsabilità verso chi, in quel momento,
aveva davvero bisogno di aiuto. Il precetto evangelico di dar da
mangiare agli affamati veniva prima d’ogni opportunità, calcolo e
sicurezza.
La povertà evangelica implica la lotta per la vita, la giustizia, la
verità, la pace... S. Alberto, povero per scelta, sapeva riconoscere
le autentiche necessità delle persone che aveva accanto a sé e aveva
imparato a intervenire con generosità evangelica, secondo quanto
richiesto dalle circostanze.
Un aspetto conseguente e correlativo alla povertà è quello della
penitenza e dell’austerità di vita, proprie dell’Ordine del Carmelo,
ancora assai vicino alle origini. La tradizione ricorda almeno due
fatti legati a questa dimensione pratico-spirituale della vita di
Alberto: la fiasca dell’assenzio che si conservava a Corleone e la
pietra di Petralia Soprana, dove avrebbe riposato. Quest’ultima ci
apre uno spiraglio sul modo di vivere del Santo, spesso in movimento
lungo le strade assolate della Sicilia, per predicare, guarire,
consigliare, sanare spiriti… Il Carmelitano avrebbe potuto usufruire
di qualche accomodamento migliore; non gli mancavano amicizie e
appoggi familiari, che avrebbero potuto garantirgli sistemazioni
migliori. Eppure sceglieva di viaggiare come un povero. Povero tra i
poveri, cercava alloggi di fortuna come riparo durante i viaggi:
stalle, grotte e ripari naturali non gli erano estranei.
L’assenzio amaro era diventato un condimento abituale nei giorni
penitenziali, il venerdì per esempio. S. Alberto lo utilizzava per
mescolarlo ai cibi e alle bevande, rendendole così meno gradevoli al
gusto. Era un altro modo per mortificare i sensi. Oggi abbiamo un
rapporto differente con il cibo e abbiamo della penitenza un
concetto diverso, tuttavia non è giusto giudicare il modo di agire
degli antichi. Resta tuttora valido il valore di una vita povera e
austera, che punta all’essenziale, senza perdersi in cose inutili,
impegnata nella costruzione di rapporti autentici, mai
utilitaristici, con gli altri e la realtà circostante. I poveri
evangelici, come s. Alberto, sanno di non poter contare su nessun
altro all’infuori di Dio e della sua grazia; accettano come dono
quello che ricevono dai fratelli e dalle sorelle, senza pretendere
nulla, e di tutto ringraziano. La povertà evangelica rende capaci di
riconoscere i bisogni degli altri e di provvedere con generosità.
6. S. Alberto uomo della
carità
La santità si manifesta
principalmente come vita cristiana vissuta in pienezza, soprattutto
nella dimensione della carità. Giovanni Paolo II nella Novo
millennio ineunte definiva la santità: «“misura alta” della vita
cristiana ordinaria» (n. 31). Ciò vale anche per s. Alberto di
Trapani. Anch’egli fa parte di quella schiera di santi ricordati e
venerati per una vita radicale, intensa, impegnata in ogni
dimensione, in modo particolare per l’attenzione generosa verso le
necessità e i bisogni della gente del proprio tempo.
S. Alberto, frate carmelitano, fu davvero fratello per tante sorelle
e fratelli che si rivolgevano a lui perché lo riconoscevano come
uomo di Dio, capace cioè di manifestare la grandezza dell’amore di
Dio per loro in situazioni delicate e di difficile soluzione.
Alberto fu uomo della carità concreta e generosa in più di
un’occasione, attento alle necessità di tutti, particolarmente dei
più poveri. Non è un caso che tra i molti miracoli che si narrano
operati dal santo diversi siano rivolti a donne sofferenti per
malattie, ma anche ebrei, i quali una volta guariti si convertivano
al cristianesimo, riconoscendo nell’intervento di s. Alberto la mano
del Messia Gesù.
La carità di s. Alberto si manifesta in situazioni assai differenti,
che si possono classificare in tre grandi gruppi: un primo gruppo di
gesti riguardano collettività e problemi di carattere sociale; un
secondo gruppo malattie fisiche; un terzo problemi psicologici o
spirituali. In questa e nella prossima scheda prenderemo in esame
ognuno dei tre gruppi.
La prima dimensione riguarda dunque la sfera sociale, comunitaria.
La tradizione narra almeno due interventi miracolosi avvenuti nelle
città di Messina e di Agrigento e che hanno come obiettivo il
sollievo di popolazioni in difficoltà.
Il primo e più famoso fatto riguarda la rottura dell’embargo posto
da Roberto di Calabria (poi re di Napoli) alla città di Messina nel
1301: per intervento di s. Alberto alcune navi – da una a dodici
secondo i diversi racconti – riuscirono a rompere l’assedio navale e
a portare vettovaglie agli affamati messinesi. Questo episodio viene
ricordato anche da una fonte estranea all’ordine: ne parla, infatti,
al capitolo X la Cronica dell’Anonimo Romano, nota anche con il
titolo di Vita di Cola di Rienzo. Oltre all’evidente sollievo per la
cittadinanza stremata, l’intervento di Alberto fu anche un chiaro
segnale di pace: perché deve essere sempre la gente comune a
soffrire per le lotte e le dispute dei potenti? Il dominio dello
stretto di Messina, l’unificazione dei regni di Sicilia e di Napoli,
l’egemonia in Europa… Tutti interessi che non toccavano certamente
gli abitanti di Messina. S. Alberto si fece in qualche modo
portavoce di un’esigenza altrimenti inascoltata, riuscendo a rendere
meno pesante la situazione di guerra per tante famiglie.
Ad Agrigento, il santo avrebbe reso dolci le acque di un pozzo, del
quale si conserva ancora la memoria. In questo caso è chiaro il
riferimento biblico all’episodio del pozzo di Gerico sanato dal
profeta Eliseo (cfr. 2Re 2,19-22). D’altra parte, il carmelitano
Alberto è figlio di quella stirpe profetica nata da Elia, del quale
Eliseo fu erede diretto. Altra gente ricevette così la possibilità
di attingere acqua potabile e buona senza eccessiva difficoltà; in
tempi nei quali la distribuzione dell’acqua a domicilio era ancora
del tutto fuori dell’immaginazione comune… L’acqua resta uno dei
beni più preziosi del creato e non sempre davvero disponibile per
tutti. Troppe volte interessi particolari, non sempre confessabili,
hanno fatto dell’acqua un’arma di ricatto e di oppressione, uno
strumento di potere. Il gesto profetico di s. Alberto ci ricorda la
sacralità dell’acqua e la sua destinazione per la vita, di tutti
senza esclusione.
La carità di s. Alberto ha anche una dimensione squisitamente
personale: più volte lo incontriamo intento a curare malati nel
corpo e nello spirito con la delicatezza e l’attenzione che
distinguono le persone autenticamente spirituali. La cura dei mali
fisici, la direzione spirituale e la pratica dell’esorcismo sono tre
aspetti complementari della vita di Alberto. Tutta la persona è
coinvolta dall’annuncio evangelico, che si traduce in guarigione e
liberazione, interiore ed esteriore, da qualsiasi genere
d’impedimento o legame che ostacoli una vita pienamente umana e
spirituale.
Malattia, sofferenza, dolore, sono sempre e comunque situazioni che
vorremmo evitare, ci creano disagio e le affrontiamo assai
malvolentieri; quando poi capitano a persone già deboli,
fisicamente, moralmente o socialmente, diventano ancor più pesanti
da sopportare. Giovani e donne erano categorie particolarmente
bisognose di attenzione e di cura, ma altrettanto poco tutelate
dalla società del tempo. Alberto si pone accanto a loro, si mette a
loro disposizione, offrendo aiuto concreto e fattivo a chiunque
abbia bisogno di guarigione e non ha alcun’altra possibilità, se non
quella di rivolgersi a Dio. Alberto è l’uomo di Dio, che manifesta
la sua tenerezza materna e cura i mali dei figli e delle figlie più
deboli.
Si ricordano diverse guarigioni operate sia in vita che da morto: a
Palermo, un ragazzo accecato dalla sorellina, durante un gioco
sciagurato, torna a vedere e in seguito sarebbe diventato
carmelitano; un altro giovane di Lentini, guarito grazie alla fede
della madre che lo aveva coperto con un indumento del Santo, sarebbe
anch’egli divenuto frate, ma la gratitudine e la riconoscenza non
sono sempre segno di vera vocazione, infatti qualche tempo dopo
lasciò l’Ordine. La cura fisica si traduce talvolta in
accompagnamento e discernimento spirituale in vista della decisione
di vita.
Una donna di Trapani fu aiutata dal Santo durante un parto
difficile, che la stava strappando alla vita assieme alla sua
creatura: Alberto riuscì a confortare la giovane, che diede
felicemente alla luce una bambina. Non meraviglia dunque che le
donne si rivolgessero al Santo per essere curate da ascessi alle
mammelle, o dalla febbre, soprattutto quella puerperale, allora
causa di frequentissime morti di parto per mancanza d’igiene. La
morte di una donna, di una sposa, di una madre, oltre ad essere
dolorosa per chi la subiva prematuramente e per i suoi cari,
costituiva una calamità sociale non indifferente; la mortalità
infantile e delle madri era assai alta in quel tempo e s. Alberto si
mette a servizio della vita e della serenità familiare.
Non guardava però solo al fisico. S. Alberto ebbe con il demonio un
conto sempre aperto; oltre ad affrontarlo in battaglie personali, fu
anche esorcista. Una volta, a Licata, una donna si recò da lui per
chiedergli di liberare la figlia che sospettava preda della
possessione diabolica. Il Santo si recò dalla fanciulla e riuscì a
liberarla dalla presenza maligna con un gesto di umiltà: porgendo
l’altra guancia, dopo che era stato colpito con uno schiaffo dalla
giovane. Una persona è pienamente libera solo quando tutte le sue
dimensioni – corpo, anima e spirito – sono totalmente rivolte a Dio
e alla sua volontà. Benché di rado permessa dal Signore, la
possessione del Maligno impedisce una vita piena; l’uomo di Dio può
ridonare consistenza, padronanza di sé e docilità alla volontà del
Signore.
Ciò che conta di questi gesti, al di là della storicità e della
portata, è il loro significato: ci indicano in s. Alberto il santo,
il profeta, l’uomo di Dio, che risplende ancor oggi davanti a noi
come uomo nuovo, pienamente evangelico, così unito al Signore e
compenetrato della sua Parola, che ogni suo gesto diventa
prolungamento efficace ed eloquente dell’azione risanante e
liberante di Cristo.
7. S. Alberto e gli ebrei
Oggi è convinzione
abbastanza diffusa di un rapporto tra cristiani e persone di altre
religioni assai differente da quella usuale nel passato, anche
recentissimo, e tuttora in molti altri ambiti religiosi e culturali.
La fede è una realtà così intima che interessa e segna la globalità
della vita di una persona, ne orienta la visione del mondo e le
scelte personali ad ogni livello. Certamente, anche l’istruzione, la
cultura, l’ambiente sociale influiscono non poco sul modo di
percepire la propria religione e quelle altrui. Oggi, poi,
soprattutto l’occidente secolarizzato è malato di relativismo, per
cui non esiste una sola verità, i principi morali sono sottoposti a
critica e al vaglio esclusivo, sovrano, della coscienza (o
dell’opportunità?) personale; per cui molti ritengono indifferente,
o più banalmente equivalente, ogni forma di espressione religiosa.
Il problema è serio e non si risolve solo in termini
propagandistici, ricorrendo a slogan o a crociate. D’altra parte non
si tratta solo di dialogare – perciò di conoscersi, accogliersi,
apprezzarsi… – ma di annunciare il Vangelo con una testimonianza
autentica. Ciò significa porsi con umiltà e pazienza accanto a ogni
uomo o donna, rispettandoli nella dignità, apprezzando il loro punto
di vista e la loro cultura, adattandosi ai loro tempi e ai loro
ritmi. Soprattutto occorre proporre la nostra esperienza della
risurrezione di Cristo dalla morte, dunque della salvezza e della
vita nuova sperimentata per mezzo dell’unione con Lui nella Chiesa.
Questo però scoprendo che il valore universale dell’incarnazione,
passione, morte e risurrezione di Cristo implica anche il dono dello
Spirito Santo all’umanità e la sua azione nella vita di ogni
persona, anche prima dell’annuncio evangelico esplicito. Un discorso
particolare va fatto per il rapporto con la religione ebraica:
Giovanni Paolo II si è rivolto agli ebrei chiamandoli “nostri
fratelli maggiori”, con atteggiamento assai diverso da quando li si
considerava “perfidi” perché “deicidi”. Quale l’atteggiamento di s.
Alberto?
Almeno in due diverse occasioni egli ebbe a che fare con giudei. Una
volta il Santo salvò dall’annegamento tre di loro in pericolo di
annegare presso Agrigento; un’altra volta guarì dall’epilessia un
ragazzo ebreo di Sciacca. In ambedue i casi le leggende parlano di
una confessione di fede esplicita e del successivo battesimo. Questi
episodi vanno compresi come esempi di evangelizzazione, di dialogo,
di proselitismo o come conversioni forzate? Il discorso va fatto
senza pregiudizi, tenendo presente il contesto storico e la
mentalità del tempo. Lungo la storia si ricordano varie occasioni in
cui carmelitani ed ebrei entrarono in contatto. Il convento di
Tolosa fu fondato su un terreno donato da un ebreo grato a Maria per
la cui intercessione era guarito. Diverse leggende, oltre a quelle
riguardanti s. Alberto, narrano di rapporti più o meno facili tra
carmelitani ed ebrei. Qualche convento era situato presso i
quartieri ebraici e divenne luogo di predicazione per la loro
conversione. Tuttavia si ricordano episodi interessanti di rispetto
per i membri del popolo, di cui avevano fatto parte anche Gesù e
Maria: in Francia, nella Riforma di Touraine (secoli XVII-XVIII), i
maestri invitavano i novizi a salutare con rispetto gli ebrei che
incontravano, mentre il venerabile Alberto Leoni († 1642)
rimproverava i suoi novizi che avevano schernito alcuni ebrei per
strada.
Forse in proposito ha pesato il modello eliano: Alberto e i
carmelitani ritenevano un punto d’onore annunciare la vera fede ai
membri del popolo eletto a imitazione del Profeta (1Re 18,20-40).
Oggi il discorso si sposta sul piano del dialogo e del
riconoscimento dei fondamenti comuni, da curare assieme all’annuncio
della fede, ma l’esempio di s. Alberto ci ricorda che la
testimonianza fondamentale consiste nella carità autentica, delicata
e generosa. Solo chi si fa “tutto a tutti” (1Cor 9,22) è capace di
far sperimentare la salvezza di Dio e favorisce l’incontro personale
con Cristo.
8. S. Alberto devoto di
Maria
Che s. Alberto abbia avuto
una profonda devozione alla madre del Signore è attestato da più
d’una delle antiche leggende; d’altra parte sarebbe stato ben strano
pensare ad un carmelitano delle prime generazioni privo della nota
mariana propria dell’Ordine. Certamente non possiamo neppure
attribuire ad Alberto tutte le caratteristiche della pietà mariana
sviluppata dal Carmelo nei secoli seguenti. Tuttavia se ne possono
indicare alcune, comuni al tempo in cui egli visse e che si
ritrovano in testi dello stesso periodo.
Maria fu inizialmente venerata dai carmelitani come la Signora del
Carmelo (del luogo dove sorse l’eremo iniziale) e della Terra Santa,
perché madre di Cristo, signore feudale di quella terra acquistata a
prezzo del suo sangue. Per questo motivo, oltre che per una scelta
dovuta al contesto teologico ed ecclesiale, che portava a scegliere
Maria come riferimento spirituale per coloro che intendevano
impegnarsi per la riforma della Chiesa, i carmelitani dedicarono a
lei l’oratorio costruito in mezzo alle celle e così s’impegnarono al
servizio della Vergine.
Videro in lei la donna nuova, obbediente alla parola di Dio,
pienamente disposta a discernere la sua volontà e a realizzarla con
purezza e umiltà. In questo contesto risulta naturale contemplare la
verginità di Maria e comprenderla come purità: virtù interiore,
psicologica e spirituale prima ancora che fisica, che costituisce
uno dei punti di forza della spiritualità di s. Alberto.
L’obbedienza alla parola di Dio, che si traduce in obbedienza al
superiore e in vita fraterna, può svilupparsi appieno in un animo
puro, trasparente alla luce di Dio, capace di contemplare la
bellezza della sua volontà e di tradurla, pur nella libertà e con
fantasia, nel proprio quotidiano. La pagina dell’annunciazione
diventa in questo contesto uno dei riferimenti naturali e
significativamente attraenti per i carmelitani delle generazioni
iniziali.
Di conseguenza, la madre del Signore è compresa come la “tutta
bella”, che realizza al meglio la novità portata da suo figlio. È la
donna nuova, evangelica, il prototipo di ogni cristiano, autentica
“nuova Eva” vera madre dei viventi e dei credenti. La bellezza
abbraccia l’intera esistenza di Maria, per cui è compresa come
immacolata e assunta in cielo, pienamente associata alla santità
radicale del figlio e risorta con lui. Non meraviglia perciò che,
sulla scorta di interpretazione dei Padri della Chiesa e poi degli
scrittori medievali, anche i carmelitani riconoscessero nella
nuvoletta che sale dal mare, impetrata dalla preghiera di Elia (1Re
18,44), un’immagine di Maria immacolata e assunta in cielo.
Un’antica tradizione collega s. Alberto alla statua della Madonna di
Trapani: potrebbe essere stata realizzata e portata a Trapani quando
il Santo era provinciale di Sicilia. È difficile dire quanto sia
fondata questa tradizione, ma nella bellezza lucente dell’immagine
di marmo dipinto, nella parziale torsione del busto della Vergine,
che le consente di guardare il volto del figlio, nel suo sorriso
dolce e triste nello stesso momento, si possono scorgere alcuni
riflessi della sensibilità con cui anche Alberto deve aver
contemplato la madre e sorella dei carmelitani. Nello slancio pieno
di affetto del bambino verso la madre, può aver riconosciuto il
riflesso della propria devozione, dell’amore tenero e intimo, per
nulla sdolcinato, anzi impegnativo ed esaltante di chi sa che amare
e venerare Maria vuol dire anche impegnarsi a seguirla nella piena
adesione al progetto di salvezza del Padre per l’umanità. Essere
devoti di Maria significa, oggi come al tempo di s. Alberto,
sentirsi accompagnati e sostenuti nel cammino di fede, in un
concreto percorso di carità umile e silenziosa ai fratelli e alle
sorelle, aperto alla speranza della vita nuova e piena che Cristo ci
dona nel suo Spirito.
[Dalla rivista
Rallegratevi, IV anno (2006), nº 19 - inserto.]
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