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La Spiritualità è anzitutto l'attributo naturale di qualsiasi essere umano: Dio, ad ogni uomo che Egli crea, dona il soffio del Suo Spirito. Credo non sia figlio di uomo - almeno che non abbia perduto il bene dell'intelletto - che possa rinnegare di possedere questa caratteristica che lo distingue dagli altri esseri creati. Noi credenti, però, diciamo che in ogni battezzato è viva l'azione dello Spirito Santo che ha la funzione di santificarlo attraverso la gioiosa adesione alle Beatitudini, e, per coloro che sono particolarmente chiamati, attraverso la sequela dei Consigli evangelici. Parlare quindi di una privilegiata spiritualità di un Ordine religioso, di una istituzione religiosa qualsiasi ecc. non è esatto perché a tutti gli uomini, senza alcuna particolare accezione di persona senza alcuna etichetta doc, è riversata l'azione dello Spirito del Signore. E allora cos'è che fa prolificare nella Chiesa le enorme fioritura di famiglie religiose, e cos'è che le distingue l'una dalle altre? La domanda vera penso sia questa. San Paolo da millenni ha risposto ed ha chiarito ogni dubbio creando una parola, di cui in questi ultimi tempi pare ci sia l'inflazione: egli parla del Carisma, o, meglio, dei carismi, che sarebbero dei doni particolari, dei favori che lo Spirito Santo comunica per il bene della Chiesa. Ne enumera tanti, proprio nella prima lettera ai Corinti. (lingue, guarigioni, profezie, discernimento, apostolato, interpretazioni ecc.); ma conclude affermando che il carisma, che supera tutti gli altri, è la Carità.Possiamo cogliere il concetto di spiritualità e carisma ammirando, come in una pennellata d'artista, un lembo dell'Eden di questa nostra terra benedetta. Ecco, dinanzi a noi, una splendida pianura, che si slarga a perdita d'occhio: orti, giardini, frutteti, e, tra loro, gorgoglianti corsi d'acqua e il profumo di una campagna generosa. Quasi al margine, le colline,sfumate dalla nebbiola del mattino, sulle quali si adagiano, come mantelli reali, le viti e gli ulivi, s'ergono, come dita al cielo, cipressi in fila quasi in parata di onore ad un misterioso monarca. Dietro le colline, le montagne, lussureggianti di boschi e di robinie e di castagni, invitano a respirare aria fine ed ossigenata.In alto, si stagliano nel cielo azzurrissimo le cime, innevate d'inverno, o, d'estate, i costoloni a strapiombo, dipinti di muschio e di altri mille colori, sfavillanti al sole, che le altezze rendono docile e benefico. Un panorama di sogno, ricco dello spirito del Creatore, che via via, tra pendii e cime ovattate, si trasfigura nella bellezza stessa di Dio: rappresenta davvero nella sua particolare natura lo stupore del carisma. C'è un'altra analogia che adesso mi sovviene. Stimiamo tutti il nostro medico di famiglia:è spesso un amico, un confidente; a lui corriamo, oppure egli viene al nostro capezzale sempre disponibile. Ma, quando una diagnosi ha bisogno di una certezza maggiore e di una cura con migliori garanzie, è il nostro amico ad inviarci da un suo collega, che conosce meglio il cuore, la milza, il sistema nervoso: ci è necessario uno "specialista" che abbia un carisma particolare che lo distingue nell'arte d'Ippocrate. Sono paragoni claudicanti, è vero, ma rendono abbastanza l'idea. Torniamo adesso al nostro discorso. Dove risiede il sigillo distintivo dei diversi Ordini religiosi? Risposta: nel carisma, cioè nel dono speciale dato da Dio a ciascuno nella persona del loro Fondatore. Ai Francescani è dato il dono della testimonianza della povertà, in san Francesco; ai Domenicani quello della predicazione e dell'evangelizzazione, in san Domenico; ai Gesuiti il mandato della difesa globale della Chiesa e della persona del Pontefice, in sant'Ignazio di Lojola eccetera, eccetera. E a noi Carmelitani che non abbiamo avuto un fondatore giuridico? Ci sarebbe da percorrere la storia delle nostre origini per convincerci, e convincere gli altri, che anche noi abbiamo un Fondatore se non giuridico, almeno di adozione: è il Profeta Elia. Padre Healy per descrivere il carisma del Carmelo si rifà appunto a questo personaggio fondamentale nella storia dell'Antico Testamento. Vi annoierei se vi raccontassi anche per sommi capi quanto scritto nel primo e nel secondo Libro dei Re perchè, mi auguro, non c'è Carmelitano che non ricordi la grande avventura di questo profeta, il quale spunta improvviso nelle pagine della Bibbia, in un momento critico per la fede del popolo eletto. In nome del Dio vivente, al cui cospetto egli vive, elimina i falsi profeti di Baal, rinsalda la fede in Jahweh, ma si attira le persecuzioni della regina Gezabele. E’ costretto a fuggire, e, tra una traversia e l'altra, tra uno scoraggiamento e l'altro, implora la morte. Ma Dio ha per lui un progetto diverso. Emerge così il suo Carisma. Dio gli comanda di partire e di nascondersi in un anfratto nei pressi del torrente Cherit. Là manderà i corvi che provvederanno al suo cibo. Berrà alle chiare acque di quel ruscello. E' una vera chiamata: deve starsene in disparte per essere solo con Lui, comunicando nella preghiera e dipendendo totalmente della Sua provvidenza. il comportamento del vero contemplativo. I cristiani successivamente lo venereranno come modello e iniziatore della vita eremitica. In particolare, oltre mille anni fa appunto, gli eremiti del Monte Carmelo, luogo biblico della permanenza di Elia, lo scelsero come simbolo della propria vocazione carmelitana, squisitamente contemplativa, che presuppone “una frequente e familiare conversazione con Dio". Questa tradizione si perpetuerà, poi, nei secoli; sarà il cardine della prima Regola, data dal Patriarca di Gerusalemme, Alberto, vescovo di Vercelli, nel periodo che va dal 1206 al 1214 (data del suo martirio nella Chiesa di S. Croce Acri). La Regola o "formula vitae" delinea le relazioni degli eremiti del Carmelo tra loro, il rapporto libero e riverente tra superiore e sudditi, ma, soprattutto, sancisce il sostare nella propria cella meditando la legge del Signore, vegliando in preghiera e mantenendo vivo l'ossequio a Cristo Gesù. A questo nucleo centrale si uniscono due elementi tradizionali per la vita eremitica: la povertà e il lavoro manuale onde guadagnarsi il pane quotidiano. Quest'ultimo elemento distinguerà gli eremiti dai monaci occidentali, i quali svolgono il loro lavoro in grandiosi monasteri, a cui sono annesse delle vaste proprietà terriere. Invece gli eremiti dovevano portarsi tra la gente per offrire i loro manufatti in cambio di derrate necessarie per la vita quotidiana. Negli ultimi decenni del 1300 comincia a correre per le mani dei giovani carmelitani un trattato in dieci volumi, il primo dei quali porta il titolo:"Il libro dei primi monaci" o "istituzione" cui seguono gli altri, dove si parla della fondazione dei Carmelitani e delle questioni relative. Riscosse in seno all'Ordine tanta popolarità da essere ritenuta la Regola originale, invece non era altro che il suo Commentario, scritto da un dottissimo carmelitano, p. Filippo Ribot, provinciale di Catalogna. I religiosi carmelitani in gran parte avevano lasciato la Palestina a causa delle vessazioni islamiche, e si erano sparsi in breve tempo in Occidente. Quel commentario, nella mente del suo autore, serviva per mantenere viva nei frati, specialmente tra i giovani, la vocazione eremitica del Carmelo. L' "istituzione" rimane anche per noi di massimo interesse per due motivi. Primo: è una presentazione sistematica e dottrinale della vita spirituale carmelitana: imitazione della vita ascetica e orante di Elia. Secondo: basandosi su quel particolare momento della vita del profeta, nascosto nella grotta presso il fiume Cherit, commenta splendidamente il duplice comando di Dio: "andare e nascondersi" e "bere al torrente". Significa che la purificazione avviene nel nascondimento offrendo un cuore puro e santo. Invece il “bere al torrente” è un invito a gustare e sperimentare la presenza del Signore, cioè la gioia della contemplazione. E' interessantissima la spiegazione dell'espressione "purità di cuore" che non si riferisce soltanto alla purezza biologica o alla scelta della castità, ma per i cristiani significa essere santi in tutto come Lui è santo per prepararsi ad entrare nel Regno dei cieli. Per il religioso carmelitano significa anche prepararsi a ricevere il dono della contemplazione fin da questo mondo. Dicevamo che "l'istituzione" fu pubblicata quando i Carmelitani erano già sparsi in Europa; i Papi avevano riconosciuto l'Ordine come "mendicante" alla stregua dei Francescani e dei Domenicani, poiché professava e viveva la povertà evangelica prodigandosi per i fedeli con la predicazione e l'amministrazione dei Sacramenti. Seguendo i segni dei tempi, era divenuto un Ordine contemplativo e attivo: i conventi erano ormai inseriti nelle grandi città; i religiosi frequentavano e insegnavano nelle università; quasi tutti erano impegnati nelle loro diocesi e nel lavoro apostolico. E allora, la vita attiva era opposta alla vita eremitica? Tutt'altro. Troviamo, infatti, il profeta Elia, il suo successore Eliseo e i figli dei profeti che lasciano il deserto al comando del Signore di andare nelle città e nei villaggi a predicare. Elia quindi viene presentato non solo come modello della vita eremitica, ma anche come modello del ministero tra la gente. E' però un ministero, il suo, che sgorga da un cuore infiammato di amore per Dio. L' "Istituzione" fu scritta per richiamare al giovane carmelitano che la priorità spetta alla preghiera e alla contemplazione. Potrà anche impegnarsi nello studio, nell'apostolato, nell'evangelizzazione, ma "deve sempre avere un cuore di eremita"; poiché quello è la sorgente della sua relazione spirituale con gli altri; lì risiede la sua prima vocazione, il suo carisma. Le successive riforme, come quella intrapresa da santa Teresa D'Avila con l'andurlo, tutto unito, alla regola primitiva e alle splendide provocazioni del « Libro dei primi monaci », dal quale i due Santi riformatori attinsero a piene mani.Ma c'è una tradizione che ha segnato sin dalle origini la vita spirituale del Carmelo: è il suo carattere mariano o come dirà il belga p. Michele di S. Agostino, cultore della nostra mistica, la sua " vita marieforme". Il Carmelitano (frate, monaca, suora, laico) deve assolutamente immergersi in quest'atmosfera aulente e divina che è Maria SS.ma. Come genitrice del Redentore, come Madre della Chiesa, come Sorella amatissima della nostra Religione carmelitana, a Lei è dovuta la nostra "pietà filiale". Stavolta non si tratta di una carisma particolare, ma del DNA che distingue le intime cellule, le fibre primordiali della nostra vocazione. Potremmo dire, senza ombra di enfasi accademica, che la vita stessa del Carmelo senza Maria sarebbe nulla. E’ espressione veritiera di un atteggiamento esistenziale. Sappiamo che tale devozione è derivata dalla nuvoletta d'Elia, che mise fine con un scroscio ristoratore di pioggia alla lunga siccità. I Padri, gli esegeti hanno sempre interpretato e visto in quella piccola nube, apparsa come sfumata figura di donna, il volto, il cuore, l'intercessione della Vergine Madre. A lei gli eremiti del Carmelo dedicarono la prima chiesetta, costruita come favo di miele tra le loro celle. E al momento del grande fluire dell'Ordine in Occidente, a Maria furono dedicate chiese, santuari, basiliche nei suoi svariati titoli, e fra questi, il preferito, quello dell'Annunziata. E' storia, è vita, è - direi- cronaca di tutti i tempi la materna risposta di grazie, di protezione, di feconda attenzione, con cui la Madonna ha privilegiato questi suoi figli, che il popolo amò chiamare “Fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo”. Antonino Giannetto
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